domenica, 18 gennaio 2009

 

l'immagine è di proprietà di Tommaso Manzi: http://www.tommasomanzi.it

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Carissimi amici,

con queste righe lascio i miei più cordiali saluti a tutti. Ultimamente non ho molto tempo per scrivere e dedicarmi a internet, ho qualche impegno cui tener fede e un piccolo desiderio da realizzare.

Già sento che mi mancherete e che avrò nostalgia di voi. Spero di ritrovarvi nella vita e nelle pagine dei nostri amici di blog perchè continuerò a seguirvi, a leggervi e commentarvi. Vi ringrazio con affetto per tutti i messaggi, le mail e i cari contatti di questi anni.

Siete stati davvero insostituibili e straordinari, un abbraccio e un bacione ad ognuno di voi! Ale 

... ho disabilitato i commenti!!

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categoria: dipinti di tommaso manzi


domenica, 18 gennaio 2009
All'interno del Palazzo del Governo di Ascoli Piceno spicca per la sua preziosa bellezza il Salone delle feste, detto anche "salone di rappresentanza" o "salone de Carolis", che si apre al secondo piano del fabbricato, e appartiene alle stanze dell'alloggio prefettizio.
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La sua decorazione fu affidata al multiforme ingegno del marchigiano Adolfo de Carolis che, dipingendolo, eseguì quello che oggi è considerato il suo capolavoro cromatico.
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L'artista preparò i bozzetti delle pitture con studi a tempera su cartone, ora conservati presso la pinacoteca civica della città, e avviò l'attività decorativa nell'anno 1907 concludendo il suo lavoro nel 1908.
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salone de carolis 2
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« COLONIA ASCULUM PICENI NOBILISSIMA »  
« la colonia di Ascoli è la più famosa nel Piceno »
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Per le pennellate che illustrano i temi riguardanti il territorio Piceno utilizzò, sul muro con finitura a calce, la tecnica pittorica dei colori a tempera disciolti nella cascina con ritocchi a olio. Questa metodologia, un po’ insolita, permise al de Carolis di colorare la sua opera con cromie di maggiore vivacità e luminosità.
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Dipinse, sulla porzione alta delle pareti, un ciclo ininterrotto di scene allegoriche di gusto michelangiolesco pervaso dalla semplice linearità dello stile liberty di cui l'artista fu chiaro esponente.
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Nel suo racconto alternò temi che ben riassumono le caratteristiche peculiari della laboriosità degli abitanti del territorio, spaziando dalla rappresentazione delle attività legate al mare a quelle legate alle montagne della catena dei Sibillini.
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L'intera decorazione istoriata è suddivisa in riquadri, distribuiti a gruppi di tre per ogni lato più corto e di cinque nei lati più lunghi del salone. Tutti i dipinti sono accomunati dai fondi di colore azzurro che virano al turchino, intercalati da figure mitologiche di dee e di muse, da lesene, nicchie, edicole e cornici ottenute solo dalla pittura.
Questo ciclo pittorico, per il de Carolis, fu la sintesi espressiva con cui rappresentò le tradizioni della sua terra affiancandole al mondo greco dei miti e ai popoli dediti alla navigazione, come i Liburni, che fondarono Truentum. Lo spazio dei lati più corti del salone fu occupato dall'artista per le rappresentazioni delle scene di pastorizia e di vita nei campi non trascurando di narrare, nella parete opposta, le attività del mondo della pesca.
Nei lati lunghi esteriorizzò la sua raffinata cultura e illustrò i miti di Dioniso e Apollo citando le Georgiche di Virgilio, le Metamorfosi di Ovidio e la Teogonia di Esiodo, tutte letture che lo avevano appassionato.
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Per le pitture della volta del soffitto il de Carolis si ispirò ad un impianto decorativo di tipo neo-rinascimentale, dipingendo lacunari incorniciati da delicatissimi festoni di rose sorretti da putti e da grandi piante di quercia. Quest'albero è il riferimento alla pianta che fu sacra a Zeus. In un angolo, l'artista trascrisse la citazione di Plinio il Vecchio, estrapolata dalla Naturalis Historia (III,111), in cui l'autore descrive la terra del Picenum, Quinta Regio della divisione dell'età augustea.
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Esprimo a S.E. il Prefetto di Ascoli Piceno Dott. Alberto Cifelli la più viva e sentita gratitudine per l’ attenzione avuta nei miei riguardi e per la cordiale accoglienza riservatami. 
Ho vissuto la visita al Salone di rappresentanza decorato dal de Carolis come uno splendido ed ineguagliabile dono, segno della Sua partecipazione alla gioia di poter divulgare l’incantata e preziosa bellezza di tutti i dipinti. Ancora grazie di cuore. Alessandra  (infinitispazi)

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giovedì, 15 gennaio 2009
L'immagine della Sibilla Appenninica è stata dipinta, con la tecnica della tempera disciolta nella cascina e ritocchi ad olio da Adolfo de Carolis, tra il 1907 ed il 1908, nel ciclo decorativo del Salone di rappresentanza del Palazzo del Governo di Ascoli Piceno.
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Sulla parete sud, che l'artista dedicò alla montagna, illustrò scene allegoriche legate alla vita quotidiana del mondo della pastorizia ed alla realtà contadina del Piceno.
Le rappresentazioni si susseguono all'interno di una fascia suddivisa in tre riquadri ai cui lati il pittore scrisse:
 «ad agris et silvis»   «nei campi e nei boschi»
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Al di sopra della figura della Sibilla, all'interno di una tonda cornice contenuta nella lunetta, la frase:
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«NE CEDE MALIS AUDENTIOR ITO»
«va avanti con maggior coraggio e non cedere alle avversità»
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Questo motto è lo stesso che la Sibilla Cumana suggerisce ad Enea nell'Eneide di Virgilio (libro VI v.95).
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Sibilla Appenninica, Adolfo De Carolis, Ascoli Piceno
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Il de Carolis, al centro della parete, ai piedi di un innevato monte Vettore, con maestà michelangiolesca ed in atteggiamento molto somigliante alle Sibille della Cappella Sistina, ritrasse la Sibilla Picena, seduta e pensosa, tra due donne che versano acqua da anfore. Le due donne rappresentano le personificazioni dei fiumi, simbolo di fertilità, individuabili nel Tronto ed il Tesino oppure nell'Aso ed il Tenna.
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Sulle lesene dipinte, che fiancheggiano la figura della Sibilla, compaiono due donne guerriere che impersonano le città di Ascoli e di Fermo.
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La raffigurazione di sinistra reca in mano una piccola rappresentazione della città ascolana, così come compare nello stemma comunale, con la porta a due fornici sovrastata dalla galleria tra due torri, e nell'altra mano un ramo di quercia.
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La figura femminile di destra è la rappresentazione della città di Fermo. Dal nastro che sorregge si legge «FIRMO FIRMAM FIDES» «la città di Fermo dalla ferma fede», come dal motto comunale fermano.
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Sibilla Appenninica - Adolfo de Carolis - Ascoli Piceno
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L'intero tema centrale è contornato da due riquadri dal cui fondo blu si distinguono le immagini di personaggi intenti al lavoro quotidiano dell'agricoltura.
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Quello di sinistra propone due buoi che conducono un rustico carro marchigiano decorato e giovani fanciulle, vestite con lunghe gonne dai colori vivaci, affaccendate a trasportare ceste ricolme di frutta. Una di esse indossa una collana di corallo quale dono di nozze del mondo contadino, un'altra reca in mano una falce.
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Scena campestre che il de Carolis conclude con un fondo dedicato alla vendemmia dipingendo un grosso tino nel quale svuotare le ceste d'uva ed un contadino che mescola il mosto.
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Sibilla Appenninica - Adolfo de Carolis - Ascoli Piceno
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Nel riquadro di destra la scena è dedicata alla pastorizia con un piccolo gregge al pascolo e pastori che si appoggiano sui loro bastoni.
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Le presenze femminili, dedite al trasporto di fascine di legna, sono anche qui rappresentate con abiti dalle vivide cromie. Sullo sfondo si intravede una giovane tessitrice forse dipinta come probabile riferimento alla leggenda ascolana di Polisia.
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Referenze immagini:
pubblicate alle pagine:
giovedì, 15 gennaio 2009
La parete nord è stata dedicata dall'artista alla descrizione della vita dei marittimi e all'attività della pesca.
Le raffigurazioni si susseguono distinte in tre riquadri ai cui lati si legge:
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«REMIS VELISQUE»   «con i remi e con le vele»
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Il tema del quadro centrale è dedicato a Castore e Polluce che conducono i bianchi cavalli del sole che nasce sul mare Adriatico. La composizione figurativa si completa con imbarcazioni utilizzate per la pesca e due piccoli putti in primo piano.
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castore e polluce
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Nella lunetta che sovrasta il riquadro de Carolis riporta la citazione di Silio Italico (Punica, Libro VIII, v. 432)
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« LITORAE FUMANT ALTARIA CUPRAE »  « Gli altari della dea Cupra ardono lungo i litorali »
Sulle lesene dipinte, che fiancheggiano il quadro centrale, l'artista dipinge a sinistra la dea Cupra intesa come rappresentazione della città romana. Questa divinità fu la protettrice dell'antico popolo dei Piceni e qui reca in mano un anellone a sei nodi e una piccola statua che sembra raffiguri la dea stessa, quale memoria e omaggio ai ritrovamenti archeologici che, all'inizio del XX secolo, vedevano luce dalle necropoli del territorio.
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parete sud 01
 
Segue appoggiata, sulla lesena di destra, una figura femminile seminuda che stringe un remo nella mano sinistra. Con molta probabilità, essendo questa la parete dedicata al mare, la donna dovrebbe rappresentare la personificazione della città di Truentum.
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parete sud 03
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Il ciclo pittorico si compone inoltre dei due riquadri laterali. Il primo a sinistra ritrae un gruppo di marinai, visibilmente affaticati, intenti a sorreggere e trasportare un timone poggiato sulle spalle. Lo sfondo è riempito dal mare sul quale navigano le paranze dei pescatori, caratteristiche imbarcazioni utilizzate nella vicina cittadina di San Benedetto del Tronto. Nel terzo e ultimo riquadro, quello di destra, sono dipinte le donne dei marinai che trasportano le arche e arnesi per la pesca, sul fondo si ripete la veduta del mare popolata da vele e piccoli bauli.

Referenze immagini:
pubblicate alle pagine:
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giovedì, 08 gennaio 2009
Sulla parete est del Salone de Carolis di Ascoli Piceno, leggendo i riquadri da sinistra verso destra, nel primo si evidenzia l'immagine di una donna riferibile alla dea Aurora.
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dea aurora
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La dea veste un peplo di color ocra, aperto sulla destra e avanza austera con incedere nobile e severo, recando tra le mani candide rose.
Il pittore la ritrae in un giardino in cui crescono rigogliose piante di questi fiori e aggiunge due puttini che ne intrecciano lunghi e ricchi festoni.
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Al centro della parete est il de Carolis appose la sua firma sulla sommità dei pilastrini tra i quali collocò l'edicola che ospita l'immagine di una donna seduta.
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centrale + firma di Adolfo de carolis
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Questa figura è ritenuta essere la probabile rappresentazione della Sibilla Cumana, in quanto, nel frontone, si evidenzia la sigla AS che potrebbe significare Augusta Sibylla.
 
Sulle lesene che intercalano il primo e il secondo riquadro e il quarto e il quinto riquadro si appoggiano due figure mitologiche identificabili con le muse che scortarono Apollo sul monte Parnaso. Le loro caratteristiche e gli oggetti che le contraddistinguono ci riconducono ad Urania, che indossa un peplo dalla tinte chiare ed un mantello verde, musa dell'astronomia e della geometria, ritratta con il globo in mano.
 
 Urania
 
Sulla quarta lesena si riconosce la probabile Clio, musa della storia e della poesia epica, con un peplo celeste ed un mantello color ocra, che reca un rotolo scritto.
 
certa quidem nostra
 
I riquadri, posti ai lati del tema centrale, illustrano episodi delle vicende di Apollo, descritto dalla mitologia come abile arciere, oracolo, venerato come dio della poesia e delle arti. All'interno delle cornici più alte, compaiono i versi delle Metamorfosi che racchiudono e narrano la triste storia d'amore tra Apollo e Dafne, entrambi colpiti dalle frecce di Cupido.
L'amore del dio non fu mai condiviso e ricambiato dalla ninfa poiché la freccia che la raggiunse era arrugginita e ciò la indusse a rifiutare le attenzioni e l'interesse di Apollo. Le trascrizioni sintetizzano la disperazione della divinità che nulla può contro il rifiuto dell'amata.
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« IUPPITER EST GENIOR PER ME QUOD ERIT FUITQUE EST QUE PATET PER ME CONCORDANT CARMINA NERVIS »
 « Giove è il mio genitore, io sono colui che svela il futuro, il passato e il presente, sono colui che armonizza il canto con il suono della cetra »
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« CERTA QUIDEM NOSTRA EST TAMEN UNA SAGITTA CERTIOR IN VACUO QUAE VULNERA PECTORE FECIT »  
« La mia freccia è precisa, ma più infallibile della mia è stata quella che ha colpito il mio cuore vulnerabile »
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Il quarto riquadro che descrive una possibile rappresentazione del dio Apollo, ritratto seminudo, circondato da ninfe di cui una reca in mano una cetra. La ninfa distesa a terra potrebbe essere Dafne.
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Clio
All'interno del quinto, e ultimo, riquadro una figura femminile stringe in mano una coppa. L'interpretazione di questa immagine è piuttosto complessa e, come sostiene l’ Amadio, potrebbe trattarsi ancora della ninfa Dafne colta nell'ultimo momento della sua umana esistenza, appena prima di essere trasmutata in una pianta di alloro. In secondo piano si nota una fontana, particolarmente elaborata, intesa come riferimento alle quattrocentesche immagini dell'antica fonte della vita. Vi sono, ancora, una pianta d'olivo e un grazioso puttino intento a giocare con un grande festone di gusto rinascimentale.
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Referenze immagini:

fonte: http://commons.wikimedia.org 

autore: infinitispazi

licenza: Creative Commons Attribution 3.0 Unported

pubblicate alle pagine:

http://it.wikipedia.org/wiki/File:Salone_De_Carolis_Ascoli_Piceno_-_iuppiter_est_genitor.jpg

http://it.wikipedia.org/wiki/File:Salone_de_Carolis_-_riquadro_centrale_parete_est_-_Ascoli_Piceno.jpg

http://it.wikipedia.org/wiki/File:Salone_de_Carolis_-_4%C2%B0_e_5%C2%B0_riquadro_parete_est_-_Ascoli_Piceno.jpg
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giovedì, 18 dicembre 2008
Sulla parete ovest del Salone delle Feste il de Carolis narra il mito di Bacco.
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Musa Talia. 
Nel primo riquadro, scorrendo la parete da sinistra verso destra, si osserva una figura femminile che porta un cesto ricolmo di frutta tra un albero di pino dall'alto fusto e rami di vite.
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Sulla prima lesena , avvolta in una tunica azzurra coperta da un mantello chiaro, si affaccia china, mentre stringe un tamburello nella mano destra, la probabile rappresentazione della musa della commedia Talia.
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rite suum baccho
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Il secondo tema propone un giovane ragazzo riconoscibile come Dioniso, vestito con una bianca tunica e con un rosso mantello. Contornano la rappresentazione della divinità le raffigurazioni di un giovane che suona il doppio flauto e i seguaci del dio ritratti con i simboli stessi di Dioniso quali il serpente arrotolato sul braccio ed il tirso, il bastone intrecciato da rami di vite e di edera che termina con una pigna.
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Nel registro superiore il de Carolis aggiunge il passo delle Georgiche di Virgilio:
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« RITE SUUM BACCHO DICEMUS HONOREM CARMINIBUS PATRIIS LANCESQUE ET LIBA FEREMUS »
 « Quindi, osservando il rito di Bacco, offriremo piatti di focacce e acclameremo con i canti dei nostri padri »
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salone de carolis 03
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Sulle lesene dipinte che contornano l'edicola del tema centrale il de Carolis appose la data della fine dei suoi lavori ANNO MCMVIII, anno 1908.
All'interno dell'edicola si trova una figura di difficile identificazione.
Si tratta della raffigurazione di un'immagine dalle gambe coperte da un mantello con appoggiato accanto uno strumento musicale che sembra una lira. Potrebbe trattarsi del dio Apollo, come proposto nelle raffigurazioni ellenistiche, oppure di Dioniso, ma si potrebbe pensare anche alla musa Erato protettrice della musica o a una sibilla in quanto al di sopra della figura compare la sigla DS, come ad indicare la Sibilla Delfica.
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et te bacche vocant
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Il quarto riquadro segue con una figura maschile nuda colta nell'atto di innalzare un braccio verso il cielo. Anche qui si ritiene che possa trattarsi dello stesso Dioniso in giovane età, oppure di poter individuare la similarità con la figura del pastorello Dafni che Virgilio identifica come il portatore di civiltà quando nella trattazione delle Bucoliche si avvicina alla figura di Bacco. Sullo sfondo il de Carolis colloca figure di bestie feroci, due pantere, come segni dell'apparizione del dio.
sulla lesena di destra compare Segue Melpomene, che reca nella mano destra la maschera. Questa è la musa della tragedia, del canto e dell'armonia musicale, il pittore la rappresenta avvolta in un mantello verde da cui si intravede un peplo chiaro.
Nel registro superiore la citazione delle Georgiche:
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« ET TE BACCHE VOCANT PER CARMINA LAETA TIBIQUE OSCILLA EX ALTA SUSPENDUNT MOLLIA PINU »  
« E te invocano, oh Bacco, con gioiose canzoni e per te espongono dagli alti pini le maschere oscillanti »
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donna con cesto di frutta
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Nel quinto riquadro fa da sfondo una ricca pianta di melograni ed un curato vaso posto al di sopra di un piedistallo. In primo piano si distinguono la figura di una donna col suo cesto di frutta e un puttino che si appoggia sul tirso molto più grande di lui.
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Referenze immagini:

fonte: http://commons.wikimedia.org 

autore: infinitispazi

licenza: Creative Commons Attribution 3.0 Unported

pubblicate alle pagine:

http://it.wikipedia.org/wiki/File:Salone_de_Carolis_-_1%C2%B0_riquadro_parete_ovest_-_Ascoli_Piceno.jpg

http://it.wikipedia.org/wiki/File:Salone_de_Carolis_-_2%C2%B0_riquadro_parete_ovest_-_rite_suum.jpg

http://it.wikipedia.org/wiki/File:Salone_de_Carolis_-_centrale_parete_ovest_-_Ascoli_Piceno.jpg

http://it.wikipedia.org/wiki/File:Salone_de_Carolis_-_4%C2%B0_e_5%C2%B0_riquadro_parete_ovest_-_et_te_bacche.jpg


A tutti voi un fervido, cordiale abbraccio augurale di Buon Natale e Buon Anno! Ale

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lunedì, 24 novembre 2008
La leggenda delle fate dei monti Sibillini, ancora oggi, sopravvive e anima le tradizioni popolari che si legano alla magia e al mistero del mito della Sibilla Appenninica.
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Della storia di queste fate non si ritrovano tracce nei racconti e nei miti del contado ascolano, ma soltanto nelle narrazioni tramandate delle zone di montagna comprese tra il monte Vettore e il massiccio del monte Sibilla.
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Sui Sibillini esistono molti luoghi segnati dal passaggio di queste creature, infatti, oltre alla “grotta delle fate”, ci sono: le “fonti delle fate”, i “sentieri delle fate” e la "strada delle fate".
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Queste costituivano la corte stessa della Sibilla e con essa dimoravano all'interno della sua grotta.
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Si muovevano tra il lago di Pilato, dove secondo la tradizione si recavano per il pediluvio, e i paesi di Foce, Montemonaco, Montegallo, tra il Pian Grande, il Pian Piccolo e il Pian Perduto di Castelluccio di Norcia e Pretare, dove ancora oggi una rappresentazione detta “la discesa delle fate” custodisce e rievoca la memoria della loro presenza.
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Video della rappresentazione della "Discesa delle fate" girato a Pretare di Arquata del Tronto (AP)
Uscivano prevalentemente di notte e dovevano ritirarsi in montagna prima del sorgere delle luci dell'aurora per non essere escluse dall'appartenere al regno incantato della Sibilla.
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Secondo le tradizioni locali le fate sibilline si recavano a valle per insegnare alle giovani la filatura e la tessitura delle lane. Renzo Roiati individua in quest'incarico “le tria fata”.
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Sono descritte come giovani donne di bell'aspetto, vestite con caste gonne da cui spuntavano zampe di capra e che il calpestio dei loro passi ricordava il rumore degli zoccoli degli animali sulle pietraie dei monti. Questa caratteristica è diffusa nei racconti di tutta la zona dei Sibillini, forse considerando che nell'immaginario popolare un piede siffatto avrebbe anche offerto una migliore presa sulle scoscese e ghiaiose pareti e, inoltre, rappresentava anche la correlazione di queste figure a quella del diavolo. Rimane anche da considerare che le pelli di capra erano utilizzate per ripararsi dal freddo.
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Secondo Mario Polia le fate appenniniche erano avvezze alle asperità della montagna e non sono da considerarsi come figure assimilabili alle creature leggiadre delle tradizioni celtiche, alle donne-elfo della tradizione germanica fatte di luce solare, alle fate delle fiabe che ballano nelle radure dei boschi o alle figure minori delle ninfe greche.
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Queste fate amavano danzare nelle notti di plenilunio e, appropriandosi segretamente dei cavalli dei residenti, raggiungevano i paesi vicini alla loro grotta per ballare con i giovani pastori. Sempre secondo questi ricordi si attribuisce alle fate l'aver introdotto il "saltarello".
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Secondo la leggenda, dopo essere uscite dalla loro grotta, le fate si fermavano presso una stalla per impadronirsi degli equini e utilizzarli per rapidi spostamenti. Il proprietario dei cavalli insospettito dal ritrovare al mattino le bestie sudate e affaticate, nonostante la fresca temperatura del ricovero, si appostò per capire cosa succedesse durante la sua assenza e scoprì che erano proprio le fate a servirsi dei suoi animali.
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Anche in alcuni detti popolari sopravvive il ricordo di queste misteriose creature quando si dice: “ Quanto sono belle queste fate, però jè scrocchieno li piedi come le capre.”
L'antropologo religioso Polia riporta questa frase a conclusione di un racconto in cui descrive l'avvenenza di queste donne e il desiderio degli uomini di riaccompagnarle presso la loro dimora.
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Da quest’abitudine delle fate di avere contatti con il mondo che le circondava nasce anche il tema del mito dell'amore che le legava agli uomini. Questi ultimi, una volta entrati in contatto con loro, sarebbero stati sottratti al loro mondo, abbandonando così la sorte di semplici mortali, e investiti di una sorta d’immortalità virtuale che li avrebbe lasciati in vita fino alla fine del mondo, così come succedeva alle fate, ma costretti a vivere nel sotterraneo regno di Alcina.
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Alcuni sostengono che le fate ci siano ancora adesso sui monti Sibillini e a riscontro di questa convinzione adducono fantasiose prove come le “treccioline” delle criniere delle cavalle.
A volte gli animali condotti liberi al pascolo sui monti tornano con la criniera pettinata a treccioline e i valligiani sostengono che le artefici sarebbero le fate.
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Le fate sibilline furono demonizzate per lunghi secoli dalle prediche di santi e di frati e costrette a rifugiarsi nelle viscere della montagna e costrette a entrare a far parte del mondo invisibile. Sempre secondo la ricerca di Polia gli abitanti delle zone imputano la scomparsa delle fate a una sorta di “scomunica” inflitta loro da Alcina che volle punirle per aver incautamente mostrato le loro parti caprine. Con la fine del mondo antico e dopo la morte di Pan, da creature del mito pagano appartennero al corteggio del diavolo.
venerdì, 14 novembre 2008

dove per raggiungere le vette non esistono funivie o elicotteri si utilizza l’impianto di risalita più antico del mondo e si torna a valle sciando fuori pista sulla candida neve nel cuore degli Appennini. . .

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mercoledì, 05 novembre 2008
Tra gli eventi accaduti nella piccola località di Arquata del Tronto, vanno ricordati l’arrivo e il pernottamento di Giuseppe Garibaldi nell’anno 1849 quando questi partì alla volta di Roma.
 
La cronaca ci perviene dagli scritti di Candido Augusto Vecchi, fermano, capitano del 23° di linea Piemontese e storiografo della guerra del 1848, che fu tra i più fedeli e cari amici del generale.
 
Al passaggio dell’Eroe dei Due Mondi nella città di Ascoli Piceno Vecchi si unì al gruppo, ma lo seguì fino a Rieti per poi proseguire da solo e raggiungere Roma, dove svolse il suo mandato di deputato partecipando ai lavori dell’Assemblea Costituente.
 
In questo viaggio Garibaldi era già seguito da Nino Bixio, quale ufficiale d’ordinanza, il capitano Gaetano Sacchi, Marocchetti, Andrea d’Aguyar, servitore, e Guerrillo il suo piccolo cane, azzoppato da una ferita, che aveva l’abitudine di seguire il padrone camminando tra le zampe del suo cavallo.
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Durante il suo trasferimento da Ascoli Piceno a San Pellegrino di Norcia fu ospitato nel paese di Arquata dal governatore Gaetano Rinaldi, capo della reazione clericale. Il generale dormì presso casa Ambrosi nella notte tra il 26 e il 27 gennaio 1849.
 
Giunse ad Arquata il giorno di venerdì del 26 gennaio 1849 quando, dopo aver lasciato la città di Ascoli Piceno, si avviò verso le zone montane attraversando la parte più alta della valle del Tronto tra gli Appennini.
 
Egli e il suo seguito lasciarono Ascoli intorno alle 10 del mattino raggiungendo la Consolare Salaria accompagnati tra le vie cittadine dai carabinieri a cavallo, la guardia civica, la banda comunale, dodici carrozze e una folla festante. Giunti a Porta Romana il generale congedò tutti e regalò una spada a Matteo Costantini, detto Sciabolone, quale segno della sua amicizia e rifiutò, per l’ennesima volta, la sua scorta sulle strade di montagna.
 
La prima sosta di ristoro avvenne ad Acquasanta Terme, dove Garibaldi, sceso da cavallo, si accomodò su un sedile di travertino per accendere il suo sigaro.
 
Ripreso il cammino, la spedizione arrivò ad Arquata dove fu accolta e ospitata con molto riguardo. Vecchi racconta di un lungo pranzo che durò fino a mezzanotte.
Il mattino seguente, 27 gennaio 1849, prima del sorgere del sole, il generale e i suoi lasciarono il paese per dirigersi verso Rieti.
 
Il governatore d’Arquata regalò loro quattro libbre di tartufi come viatico. Si avviarono così alla volta di San Pellegrino percorrendo la strada che conduce a Pretare e quindi a Forca di Presta. Furono scortati dal figlio del governatore d’Arquata che portò con sé, e in loro onore, fino sulla cima della montagna,un vessillo tricolore di seta.
 
Ad Arquata quali segni di questo evento rimangono la Via Garibaldi e una lapide affissa sulla parete esterna di casa Ambrosi, in cui si ricorda la sosta del generale. Da dire che la data 19 febbraio, scolpita sulla pietra, è inesatta poiché Garibaldi arrivò e pernottò tra il 26 e il 27 gennaio.
 
L’iniziativa di apporre una lapide commemorativa a ricordo dello straordinario evento della sosta del generale fu presa da un comitato promotore e sostenuta dal municipio dopo la morte dell’eroe dei due mondi che avvenne il 2 giugno 1882.
 
La cronaca dell’evento dell’inaugurazione della pietra ci giunge dalle corrispondenze di Girolamo Rilli e di Marietta Zocchi Girardi, rispettivamente pubblicate sulla Gazzetta di Ascoli Piceno del 23 e del 24 agosto del 1882.
 
Lo scoprimento della lapide avvenne il 20 agosto 1882, alle 10:30 del mattino, seguito dall’esecuzione dell’inno e dai discorsi delle autorità e dei membri del comitato promotore.
 
Sulle pagine della Gazzetta si leggono riportate anche la commossa ed entusiasta partecipazione di tutta la cittadinanza intervenuta e la moltitudine di drappi, bandiere e festoni che sventolavano dalle finestre del borgo affacciate sulla piazza.
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categoria: arquata del tronto, giuseppe garibaldi


venerdì, 24 ottobre 2008

L’intero territorio del comune di Arquata è permeato da leggende e tradizioni che si legano ai monti Sibillini e alla sua rocca.
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Si intreccia con la fortificazione la storia di Giovanna II d’Angiò, incoronata Regina di Napoli da papa Martino V, il 19 ottobre del 1419, che qui risedette nella prima metà del XV secolo, negli anni compresi tra il 1420 e il 1435.
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Per suo volere, in questo periodo, la fortezza di Arquata raggiunse il suo massimo splendore. Da ciò deriva anche la popolare definizione del "Castello della Regina Giovanna".
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l'acquerello della castellana di Arquata è di prorpietà di Tommaso Manzi: www.tommasomanzi.it
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Una leggenda vuole che il suo fantasma si aggiri, ancora oggi, per le stanze del maniero. Nei racconti, tramandati dall'oralità dei valligiani, è possibile ascoltare narrazioni di vari episodi sulla vita e le abitudini della sovrana ravvisando, in questi, connotati romantici e crudeli. La figura di Giovanna II è spesso contraddistinta per la sua indomabile irrequietezza, caratteristica che accompagnò tutto il fluire della sua esistenza.
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Il racconto più ricorrente riferisce che la regina avesse l’abitudine di ospitare nella sua alcova molti amanti scelti tra i giovani pastori locali di gradevole aspetto, e che, dopo essersi intrattenuta con loro, a tutela del suo buon nome, si disfacesse di loro uccidendoli.
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Questa leggenda, forse perché misteriosa e inquietante, ha accresciuto nel tempo la popolarità e la curiosità verso questo castello.
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Ogni anno, il 19 di agosto, si conserva la memoria storica della presenza della sovrana con la celebrazione della serata dedicata alla “Discesa della Regina Giovanna” che simbolicamente rievoca il suo soggiorno arquatano.
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Lo stesso corteo della delegazione del castello di Arquata che apre la sfilata storica del Torneo Cavalleresco della Quintana di Ascoli Piceno, cui partecipa in memoria degli antichi patti di alleanza con la città, muove dalla rocca e, componendosi, discende attraversando le vie del paese fino alla piazza dove è allestito il banchetto.
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L'ordine è aperto dai musici, seguito dalla regina, paggetti, dame, sbandieratori, arcieri, soldati, pastori, giullari che vestono costumi che riproducono fedelmente abiti del 1400. L’intera sfilata si muove accompagnata dal rullo dei tamburi e dal suono delle chiarine. La serata è rallegrata anche da suoni, danze e giochi di strada che ricreano magiche atmosfere dell’età medioevale.


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categoria: dipinti di tommaso manzi, arquata del tronto, la rocca di arquata


venerdì, 03 ottobre 2008
Invito a guardare questo video su Arquata del Tronto, l'unico comune d'Europa racchiuso all'interno di due aree naturali protette: il Parco Nazionale del Gran Sasso e Monti della Laga a Sud e il Parco Nazionale dei Monti Sibillini a Nord...
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categoria: arquata del tronto


domenica, 31 agosto 2008
Il piccolo borgo di Arquata del Tronto era circondato da mura di cinta che presentavano porte di accesso al paese.
 
La Porta di Sant'Agata è l'unica giunta fino ai nostri giorni.
Si eleva isolata rispetto al contesto urbano, in mezzo ad una rigogliosa vegetazione, ed è raggiungibile tramite una scalinata.
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Arquata del Tronto - Porta di Sant
 
Ben conservata si compone di due soli corpi di fabbrica di semplice architettura, con altezze diverse, realizzati in conci irregolari di pietra arenaria locale.
Gli unici conci regolari presenti sono quelli che compongono l'arco a tutto sesto della costruzione più bassa. Sotto di essa passava la strada che raggiungeva il paese di Spelonga passando per Colle Piccione.
 
Posizionati sulla facciata esterna della porta, rispetto al borgo, si evidenziano due stemmi del secolo XVI. Quello alloggiato sopra l'arco, verso il lato sinistro, si presenta a forma di scudo e nel suo campo si vede raffigurata un'aquila fissante un sole movente dal cantone sinistro dello scudo stesso. Questo simbolo appartenne alla famiglia norcina dei Quarantotto.
L'altro stemma, sempre inciso su pietra, propone un cassero merlato alla ghibellina, con torre centrale ed un sinistrocherio che esce dalla base della torre ed impugna una spada alta in palo. Questo probabilmente appartenne alla famiglia norcina dei Passerini.
 
Nelle vicinanze della costruzione, nascoste tra la vegetazione, si osservano i resti delle mura che circondavano Arquata.

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Antiqua Salaria
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Nella giornata del 19 settembre 2008 il piccolo borgo di Arquata ospiterà  la prima tappa della 2° edizione della manifestazione cicloturistica Antiqua Salaria che si concluderà il 21 settembre a Roma.
........ ......Arquata del Tronto - panorama....

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categoria: arquata del tronto


venerdì, 28 marzo 2008

San Salvatore di Sotto Ascoli Piceno1

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La chiesa di San Salvatore di Sotto, di stile romanico ed attualmente sconsacrata, appartiene alla città di Ascoli Piceno.
 
Si eleva a sud del contesto urbano, nella zona Caldaie nel quartiere di Porta Maggiore, sulla sommità di un poggio detto Colle di Marte, ai piedi di colle San Marco.
 
Imponente nella sua semplicità, con la facciata bipartita, ostenta un austero portale ed una grande trifora intagliata di gusto gotico francese.
 
In questo luogo si consolidò nel tempo l’abitudine degli ascolani di venerare il Salvatore ed assistere alla messa sul sagrato della chiesa il Lunedì di Pasqua. Era, infatti, consuetudine raggiungere il poggio e “passar l’acqua” del torrente Castellano.
 
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categoria: porta maggiore, ascoli piceno, chiesa di san salvatore di sotto


lunedì, 25 febbraio 2008
Ponte Tufillo Ascoli Piceno 01

Il Ponte Tufillo, detto anche Ponte Vecchio ed oggi denominato Ponte di Sant’Antonio, è un antico ponte di  Ascoli Piceno che, attraversando il fiume Tronto, collega i quartieri di Porta Maggiore e di Campo Parignano, zona Est della città agevolmente raggiungibile risalendo la via di Ponte Vecchio.

Si trova nelle vicinanze dell’omonima Porta Tufilla e di Ponte Nuovo. La sua prima costruzione si fa risalire al tempo del vescovo ascolano Alberico nell’anno 1097 e, secondo questa datazione, sarebbe stato il ponte medioevale più antico di Ascoli.

Nei secoli che seguirono la struttura, si andò progressivamente degradando e fu soggetta a restauri e ricostruzioni, fino a diventare un ponte inutilizzato.
Nel 1546 era definito il “ponte delle tavole” poiché il suo utilizzo era reso possibile da una struttura sovrapposta costituita da tavole di legno.
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Lo storico Giuseppe Fabiani racconta di restauri conservativi avvenuti tra il 1578 ed il 1590 e dell' intervento di risarcimento di un’edicola votiva nel 1564 che forse sorgeva all’inizio del ponte.
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Lo storico Mario Sabatucci ricorda che nel 1607 ebbe luogo l’appalto per il restauro del ponte che andò aggiudicato a G.B. Torretti da Civitella “de Regno” il quale ultimò l’opera di risarcimento del ponte stesso nell’anno 1613.
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Il ponte attuale è l’opera derivata dal progetto di ricostruzione del 1610 attribuito da Antonio De Santis a Lazzaro Giosafatti che avrebbe potuto avvalersi anche della capace collaborazione di Luigi Vanvitelli.
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Del preesistente ponte si conservano le tracce del pilastro eretto al di sotto della prima arcata di quello ricostituito realizzato in blocchi squadrati di travertino, articolato su due fornici.
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La pianta della città di Ascoli, del 1600, di Emidio Ferretti, ai numeri 76 ed 82, distingue la presenza, al lato Sud del ponte, di una fontana detta “fons bovis”, ed al lato Nord, della piccola chiesa di Santa Maria a Mare, costruita nell’anno 1637 e successivamente abbattuta.
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giovedì, 31 gennaio 2008
L'immagine è di proprietà dell'artista Tommaso Manzi: www.tommasomanzi.it
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Il Tempietto di Sant' Emidio Rosso è stato edificato al di fuori delle vecchie mura cittadine di Ascoli Piceno e rappresenta uno dei siti religiosi dedicati a Sant'Emidio, patrono della città.
Sorge nel quartiere di Porta Solestà poco distante dal Ponte Romano e dalla fonte di Sant’Emidio.
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La dedicazione al Santo ricorda che in quel luogo questi subì la pena della decapitazione e, secondo la tradizione agiografica, si incamminò, con in mano la sua testa, per raggiungere le grotte. Queste erano il luogo dove si era rifugiato coi compagni durante le persecuzioni, che divennero il posto del loro sepolcro ed in seguito sede dell'oratorio trasformato, nella prima metà del 1700, nel tempietto di Sant'Emidio alle Grotte.
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La piccola chiesa, a pianta ottagonale, finestrata e con basamento di travertino liscio, nasce come ampliamento dell'edicola che custodiva il sasso della decapitazione.
La pietra è identificata col nome de “la cona de Santo Migno”. “Cona” è una parola che deriva dal greco bizantino (είκÏŒηα) che vuol dire “ritratto o immagine” e “Santo Migno” che significa di modesta statura, piccolo, grazioso.
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Il popolo dei fedeli ascolani ha destinato questa pietra a divenire la reliquia della memoria del martirio del santo cefaloforo, primo vescovo di Ascoli, conservandola ancora oggi al di sotto dell’unico altare all’interno della chiesetta. I primi cristiani protessero il cippo racchiudendolo in una modesta edicola che lo custodì per lunghi secoli.
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Controversa è, invece, l’attribuzione della costruzione del tempietto e secondo le narrazioni degli storici ascolani prevalgono due differenti versioni.
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Una vuole che verso il 1500 i canonici del duomo divennero i custodi della pietra e, nell’anno 1562, provvidero a sistemare la piccola edicola aggiungendo una grata di protezione, pavimentandola e intonacando le porzioni di muro. Qualche anno dopo, nel 1571, intervennero nuovamente sul piccolo fabbricato per apportare migliorie alla pavimentazione dell’ingresso con sassi e pietre di loro proprietà. Nel periodo compreso tra il 1592 ed il 1594 gli stessi canonici si adoperarono per operare una ulteriore e definitiva sistemazione dell’edicola. Fecero realizzare lavori di maggior spesa, forse affidati al maestro lombardo Marco Bonera che può essere considerato colui che conferì la forma ottagonale all’attuale tempietto. Attilio Galli riporta questa versione condivisa anche dallo storico Giuseppe Fabiani che è concorde con l’ipotesi che la sistemazione del tempio possa risalire a questo intervento voluto dal Capitolo ascolano dell’epoca e ritiene inesatta la narrazione della sistemazione dell’edificio religioso attribuita al vescovo Sigismondo Donati nel 1633.
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Altri storici, come Sebastiano Andreantonelli e Francesco Marcucci, dichiarano che l’opera di costruzione del tempietto e la forma attuale fu data forse da Fulgenzio Morelli per incarico del vescovo Donati nel 1633. In particolare Andreantonelli riporta come prova dell’attribuzione questa epigrafe:
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"SANCTO.EPISCOPO.ET.MART.EMYGDIO.
IN.LOCO.MARTYRII.EIVS.EREXIT.ET.DICAVIT.
SIGISMVNDVS.DONATVS.DE.CORRIGIO.
EPISC.ET.PRINC.ASCVLI.MDCXXIII(recte MDCXXXIII)"
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(A Sant’Emidio, vescovo e martire di Ascoli, nel luogo del suo martirio, il vescovo e principe di Ascoli Sigismondo Donati da Carreggio costruì e dedicò. 1623 (1633) )
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Il tempietto si distingue da tutte le altre chiese per i suoi esterno ed interno, dipinti di rosso, colore che ricorda il sangue versato dal Martire.
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È un luogo di culto molto sentito nella devozione popolare ed anche per questo motivo è molto facile trovarlo aperto e frequentato da cittadini ascolani.
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categoria: ascoli piceno, porta solestà, tempietto di sant emidio rosso